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ACCABADORA, PROBLEMATICO E AFFASCINANTE SPETTACOLO AL PICCOLO ELISEO di Daniela d'Isa
Date: 21/11/2019
ARTE | CULTURA | SPETTACOLO
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ACCABADORA, PROBLEMATICO E AFFASCINANTE SPETTACOLO AL PICCOLO ELISEO di Daniela d'Isa

Al teatro Piccolo Eliseo di Roma fino al 24 novembre, “Accabadora” è uno spettacolo non facile, ma sorprendentemente perfetto. E’ tratto dall’omonimo romanzo di Michela Murgia (Einaudi, 2009, Premio
Campiello 2010) di cui nel 2015 uscì la trasposizione filmica diretta da Enrico Pau con Donatella Finocchiaro, Sara Serraiocco e Carolina Crescentini.
Innanzitutto parliamo dell’opera teatrale, la cui drammaturgia è firmata da Carlotta Corradi e la regia da Veronica Cruciani. Settanta minuti di monologo che appassionano via via in un crescendo tragico lo spettatore. In scena c’è solo lei, Maria (la bravissima Anna Della Rosa), oggi giovane donna adottata all’età di sei anni da una sarta facoltosa che le ha dato amore e istruzione, ambedue negati dalla famiglia d’origine, dove già c’erano tre figlie da sfamare. Siamo a Soreni, un paesino immaginario della Sardegna, nei primi Anni Cinquant, ma è come se fossimo molto molto indietro nel tempo. Maria è tornata da Torino per accudire la madre adottiva, la Tzia, Bonaria Urrai, in fin di vita. Alle confessioni della giovane a una Tzia che intuiamo sofferente senza mai vederla, si sovrappongono gli ologrammi (efficaci e bellissimi di Lorenzo Letizia), che ci rimandano la protagonista severa e consapevole della ineluttabilità del tutto. Maria era fuggita a Torino quando aveva scoperto inorridita chi era realmente quella donna che aveva mitizzato e amato.

A questo punto va detto che Accabadora in sardo significa colei che finisce, che pone fine alle sofferenze di chi stremato, le chiede l’estremo gesto.
Pare che le prime pratiche di Accabadora risalgano a 1500 anni prima della nascita di Cristo e siano continuate nei secoli soprattutto nelle società agro-pastorali della Sardegna, dove non esistevano medicine per alleviare il dolore. Sono numerose le testimonianze legate a questa figura di donna vestita di nero, cui veniva aperta la porta della casa del malato, mentre nessuno assisteva a quello che avrebbe fatto.
Va da se’ che lo spettacolo dia da pensare: eutanasia, buona morte. Si può chiamare buona la morte? E, di contro,  quanto è legittimo prolungare sofferenze infinite?
Dopo il Piccolo Eliseo di Roma “Accabadora” sarà al teatro Verdi di Gorizia il 19 marzo 2020 ed il 20 e 21 marzo al teatro Asioli di Correggio (Reggio Emilia).
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